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Illustrazione di Mosè che tiene la tavola dei dieci comandamenti
  • Aprile 12, 2015

Dieci comandamenti per l’assistente

  • Categorie: Assistenza Personale, comportamenti
  • Tags: assistenza, comportamenti, decalogo, vita indipendente

Qualche tempo fa avevamo parlato di come trovare nel vasto mondo un assistente personale che permetta a un disabile di vivere in modo indipendente. Ma cosa succede quando il rapporto va male? Perché, ovviamente, un rapporto si crea, e ben più articolato di quello che si trova di solito tra datore di lavoro e impiegato.

Mi sono improvvisata Dio, e ho stilato I Dieci Comandamenti Delle Assistenti. Potete immaginarveli scolpiti in una bella tavolona di pietra da fornire all’assistente al momento dell’assunzione, magari assieme ad altri gadget di benvenuto, da appendergliela in camera come monito perpetuo, o in casi limite anche da usare per rinfrescargli/le le idee alla vecchia maniera. Come preferite.

Questi comandamenti nascono da anni di esperienza con le più svariate assistenti che mi sono capitate sia a scuola che a casa; qualsiasi eccesso di acidità è da imputare ad un un rapporto finito male con una particolare assistente qui a Londra.

Ecco le mie Tavole della legge.

1. Non dare soprannomi idioti al tuo datore di lavoro.

O meglio, se mi chiami “Asparagia” una, due, tre volte ci posso anche ridere sopra. Ma se cominci a chiamarmi più volte “Asparagia” che “Elena” mi cominci a rompere le palle. Non mi importa se è il tuo personale modo di esprimere affetto, se mi vedi come la tua pucciosa sorella minore e se credi di essere divertente. Non sono una fissata con le formalità, ma il rispetto passa anche dal nome. Chiameresti il tuo capufficio “Asparagia”?

2. Non essere lent@.

Qualche assistente se la prende decisamente comoda, ad esempio per prepararmi per uscire, forse pensando che sia perfettamente ok che io impieghi il doppio del tempo rispetto a una persona “abile” a vestirmi, lavarmi, posizionarmi per studiare, eccetera. Peccato che essendo una studentessa stressata ho le stesse scadenze dei miei compagni di corso, che però diversamente da me non dipendono da una lumacona per muoversi. Vorrei del tempo libero oltre allo studio, grazie. Inoltre non è la mia cosa preferita svegliarmi mezz’ora prima del solito perché ancora, dopo due mesi, sei lenta a prepararmi.

Sappi che con un po’ di sforzo è possibile fare le cose sia bene che velocemente. Non pretendo che tu sia Speedy Gonzales, ma ormai ho un po’ di esperienza con le assistenti e so qual è un tempo accettabile in cui imparare a vestirmi e spostarmi e quale non lo è. Sorvolo su molti difetti e errori quando vedo che l’assistente si sta davvero impegnando, ma devo avvertirti che ci sono poche qualità in un’assistente che preferisco alla velocità. Rispetta il principio secondo cui il lavoro non è solo questione di farlo, ma anche di come lo si fa.

3. Non perderti in chiacchiere in momenti inopportuni.

Quando siamo in bagno, cerca di non lasciarmi svestita oltre il tempo necessario. Quando succede che parliamo e tu interrompi quello che stai facendo per dire la tua o raccontare qualcosa, considera che intanto ci sono io che sto aspettando, e che aspettare senza vestiti di solito non è piacevole. Quindi se sei multi-tasking, cioè se riesci a fare più cose insieme, ben venga la chiacchierata, altrimenti sappi che preferisco un corroborante silenzio.

4. Non togliermi la privacy.

Ho notato che quando assistono un disabile per molte ore, certe assistenti infrangono la sua privacy come se questa proprio non esistesse. Il fatto che sei abituata a entrare in camera mia quando ti chiamo da una stanza all’altra non vuol dire che puoi entrare senza neanche bussare tutte le volte che vuoi. Non importa se devi portare quei bicchieri in cucina, riporre quei vestiti nell’armadio o spolverare quello scaffale: bussare e palesare cosa vorresti fare nella stanza mi darebbe la possibilità di far sapere civilmente che no, sto studiando, e preferisco che tu lo faccia dopo.

E quella porta, santo cielo! Quando ti chiedo di chiuderla non fare l’espressione di una a cui è morto il gatto. Non è la fine del mondo. Non pensare che ti voglia chiudere fuori per qualche arcano motivo, semplicemente voglio la sacrosanta privacy.

5. Non prendere le mie cose come se fossero tue.

Solo perché metti quotidianamente le tue mani dentro il mio portapenne per passarmi le cose non devi sentirti autorizzata a servirti liberamente del suo contenuto. Sono felice di prestarti qualunque cosa, ma prima chiedimela come faresti con una tua coinquilina. Oltre ad una questione di principio, sono emersi anche dei risvolti pratici. Tipo quella volta che credevo di aver perso la matita e invece era semplicemente in camera tua e ti eri dimenticata di riportarla. Oppure quando mi hai consumato la punta di qualche trattopen perché hai una mano più pesante della mia, non sapendo che faccio più fatica a usarli quando sono spuntati.

6. Non pretendere cose assurde da me.

Un esempio tra tanti per quanto riguarda la spesa di casa. Non mi metterò improvvisamente a comprare broccoli e fagiolini, neanche se mi dici che dovrei integrarli nella mia dieta perché fanno bene alla salute. Il vitto che ti offro comprende le cose principali per una dieta equilibrata, quindi avrai sempre pasta, pane, carne, verdura e frutta (puoi ritenerti fortunata che non sia vegetariana!), e non comprerò per te cibi che io non mangio, no, neanche il tuo succo di mela.

7. Non prendere le mie correzioni come critiche personali.

Non ti sto dicendo «non hai fatto bene quella cosa quindi sei una brutta persona». Semplicemente ti dico come la cosa va fatta. L’ottica è: ti dico come fare meglio il lavoro in vista del futuro. Se la prendi sul personale forse non hai la coscienza proprio pulita.

8. Non pensare che ti stia sfruttando.

Sono la prima a volerlo evitare, perché voglio che ci sia un clima sereno. Quindi non ti chiederò mai cose superflue. Il rapporto ovviamente si basa anche sulla fiducia reciproca. Fidati che se ti chiedo di mettermi gli occhiali vuol dire che in quel momento io non ce la faccio, anche se mi hai visto farlo altre volte. Non essere sospettosa e sappi che tutte le cose che riesco a fare in autonomia le faccio.

9. Non dirmi “è difficile” prima di averci provato.

Le difficoltà le incontro tutti i giorni, non ho bisogno di un’assistente che sia la prima a creare difficoltà per le cose più banali. Difficoltà che il più delle volte invece si rivelano non esistere, dato che so benissimo quali sono i miei limiti e sono la prima, banalmente, a capire cosa posso e non posso fare, avendo già una bella dose di esperienza. Come quel giorno al supermercato, quando eri convinta che la mia carrozzina non passasse tra gli espositori e ho dovuto ripeterti tre volte che c’ero già stata e che, sì, ci passavo. Non è proprio una cosa piacevole dover insistere tanto per passare tra due espositori. Probabilmente se non avessi saputo che lo spazio era sufficientemente grande avendolo testato in precedenza avrei rinunciato a comprare il Camembert. Non dovresti essere la prima a scoraggiarmi. Dovresti tentare, nei limiti del possibile, di fare quello che ti chiedo come lo tenterei io se fossi “abile”, e se poi non funziona lo vedrò da me.

10. Non tirarti indietro nei momenti in cui ho più bisogno di te.

Come quando, tornate a casa infreddolite dopo una commissione (e avevo bisogno almeno di andare in bagno e farmi un tè caldo), mi hai messo sul letto e hai detto: “però adesso una pausa a me, eh” e te ne sei andata nell’altra stanza. O come quando in ascensore ti vergognavi di dire a quell’uomo di non appoggiarsi di peso ai manici della mia carrozzina (rischiava di sbilanciarmi, ma non riuscivo a parlarci perché era dietro di me). Farmi da assistente vuol dire anche esporsi e rischiare, mettersi nei miei panni e fare i miei interessi in un mondo spesso ostile alla disabilità.

***

Se non rispetti questi Comandamenti andrai all’Infer… Nooo, niente di così grave. Ti licenzio.

[Elena]

Charlton Heston come Mosè nei 10 comandamenti.
Mosè (Charlton Heston) a braccia spalancate nel film I dieci comandamenti
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Nei prossimi mesi faremo tre presentazioni dei nos Nei prossimi mesi faremo tre presentazioni dei nostri libri:

Sabato 11 aprile saremo a MESTRE (VE) alle 16.30, al Forte Marghera, Sala A

Venerdì 8 maggio aperitivo con presentazione libro a CASALMAGGIORE (CR) alle 18, con interprete LIS, al Centro Sociale Primavera Via Aldo Formis, 14

Sabato 23 maggio a CALDAROLA (MC) alle 16.30, presso la sala A.Tonelli, via Aldo Moro snc

Ci sarete? 😊
In questo periodo stiamo leggendo un libro molto b In questo periodo stiamo leggendo un libro molto bello (stiamo non nel senso di insieme, ma nel senso che Elena l'ha letto e poi ha invitato Chiara a leggerlo cinque volte al giorno finché lei non l'ha iniziato, prioritizzandolo rispetto alla sua lista di letture, come dovrebbero fare le brave sorelle maggiori). Uno dei temi del libro è cosa succede dopo una violenza s3ssuale. Ci hanno colpito la profondità e la dovizia di particolari con cui si descrivono le pesanti conseguenze psicologiche, i luoghi più oscuri. Si sviscera il dolore e lo si sbatte in faccia al lettore, e ci è venuto in mente che questo tipo di narrazione è davvero poco frequente nei testi in cui si raccontano le violenze abiliste. 
Siamo abituati, come persone disabili, a raccontare le discriminazioni in modo stoico, parliamo dei brillanti escamotage con cui ne siamo venuti fuori, derubrichiamo dinamiche assurde di segregazione e esclusione a “cose che mi succedono sempre”. Ci si attiene ai fatti, quasi non osassimo tuffarci nelle dinamiche emotive che le violenze hanno causato.
Veniamo da una narrazione sulle persone disabili che le descrive come lamentose e tristi, e c'è pudore nel dire che un certo episodio abilista ci ha condizionato tutta la settimana. 

Cosa succederebbe invece se iniziassimo a parlare in modo dettagliato del dolore che causa essere esposti a discriminazioni continue? Se lo facessimo venire fuori appieno? 
Se parlassimo di quando siamo stati trattati a pesci in faccia e deumanizzati perché siamo disabili, non solo descrivendo gli episodi ma raccontando di come questi hanno influito in altre esperienze successive. 
Delle ferite rimarginate a fatica o ancora aperte, delle lacrime, della rabbia che ti brucia lo stomaco, del sentirsi svuotati, dell'ansia.

Se esponessimo le conseguenze dell’abilismo senza abbellimenti e con la stessa crudezza con cui le viviamo, fregandocene se ne viene fuori una visione cupa, dato che limitare i nostri racconti è solo un'altra conseguenza dell'abilismo che ci vuole contenuti e educati?
Sarebbe interessante.
"Che brava che sei!" è il nostro secondo libro e, "Che brava che sei!" è il nostro secondo libro e, rispetto a "Mezze persone", il primo, sta venendo letto da un pubblico più ampio, più eterogeneo. Grazie alla sua forma ibrida tra fumetto e saggio, ci sono vari bambini che lo hanno apprezzato molto, anche se lo abbiamo pensato come libro per adulti, e ci sono persone che per un motivo o per l'altro fanno fatica a leggere testi lunghi e hanno trovato questo formato molto comodo e immediato. 

Insomma siamo davvero contente dei feedback che riceviamo (messaggi, email, o alle presentazioni) 😀

Però siccome il mercato dei libri non è dei migliori, chiediamo anche a voi di darci una mano con il marketing. 🤭 

Ci piacerebbe che il libro non vada fuori catalogo ancora per moooolti anni, insomma, e per farlo è necessario che circoli un po' e si continui a stamparlo. 

Quindi diteci, se lo avete letto:

🔵 Perché uno dovrebbe comprare (o prendere in biblioteca) "Che brava che sei!”? 

🔵 Oppure: cosa vi è rimasto del nostro libro?

Grazieee ❤️
Perché l'abilismo è un concetto chiave da conoscer Perché l'abilismo è un concetto chiave da conoscere quando si parla di disabilità?

Quanto sono varie le sue manifestazioni e che impatto ha nella vita quotidiana?

Come differisce l'esperienza di chi ha disabilità visibili da quella di chi ha disabilità invisibili?

L'ottavo capitolo di “Che brava che sei! 8 storie di abilismo quotidiano” parla di questo. 

Se vi va, dateci le vostre risposte e raccontateci le vostre esperienze nei commenti!

Domanda bonus: quando avete imparato cos'è l'abilismo e cosa ha significato per voi?
Perché i personaggi disabili al cinema vengono spe Perché i personaggi disabili al cinema vengono spesso rappresentati in modo diverso dagli altri?

Quali sono i temi e le narrazioni “tipici” che ritroviamo nei film dove si parla (male) di disabilità?

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Quali sono i diritti delle persone non autosuffici Quali sono i diritti delle persone non autosufficienti? Se domani una persona diventasse non autosufficiente, per malattia o incidente o invecchiamento, avrebbe la possibilità di essere assistita a casa propria per poter continuare la sua vita senza essere segregata in una struttura?

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Il sesto capitolo di “Che brava che sei! 8 storie di abilismo quotidiano” parla di questo. 

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